Da tutta la vita quando faccio colazione al bar mi ritrovo alle prese con il dispenser dei tovagliolini. È un complemento di arredo diffuso in tutto il mondo, di forma e dimensioni standardizzate. Certamente è anche comodo per le aziende fornitrici che possono personalizzare il dispenser e i tovagliolini con il proprio logo e la propria pubblicità.
Eppure per il cliente non è affatto comodo da usare: quando è troppo pieno diventa difficile estrarre il tovagliolo, bisogna fare forza e sorreggere il dispenser (con relativi problemi di igiene), poi magari si strappa la carta perché per rimane impigliata in un angolo. Ma se è quasi vuoto il dispenser diventa troppo leggero e per estrarre il tovagliolo lo devi tenere fermo (anche in questo caso con i relativi problemi di igiene) magari reggendo con l’altra mano il cornetto alla crema che tende a scendere.
Persino la qualità della carta non mi sembra adeguata: oltre che troppo piccola, sembra cerata, scivola, non assorbe e non pulisce bene. Il motivo della scelta di una carta lucida ad un velo sembra risiedere nel fatto che è più facilmente stampabile ed economica. Nessuno reclama, tutti passivamente subiscono, quindi che importanza ha se la carta non asciuga e poi ti ritrovi con le mani appiccicose?
Siamo in presenza di un oggetto immutabile, eterno che non ha mai subito innovazioni o restyling, quando i criteri di igiene e di performance dei prodotti di carta sono continuamente evoluti.
L’esperienza di una consumazione al bar potrebbe essere migliorata innalzando la soddisfazione dell’avventore (solitamente molto fedele) e lasciando intendere che, anche sotto quest’aspetto solo apparentemente insignificante, quel bar offre un servizio diverso dagli altri. E allora ci chiediamo perché non riprogettare il dispenser per migliorarne l’affordance e l’igiene e offrire alla clientela dei tovagliolini a prova di bignè.







