Oggi ti parlo di criminalità, ma in una prospettiva molto diversa, mai trattata adeguatamente come servirebbe. Leggi e capirai perchè.
Esistono libri e saggi che affrontano l’economia del crimine, concentrandosi sui costi sociali, sulla deterrenza, sull’analisi costi-benefici delle politiche di contrasto e sul comportamento razionale del criminale. La letteratura, però, tende
a focalizzarsi più sui costi che su come certi settori si siano strutturati profittevolmente intorno alla criminalità, trasformandola in un volano economico.
a focalizzarsi più sui costi che su come certi settori si siano strutturati profittevolmente intorno alla criminalità, trasformandola in un volano economico.Pensa bene: un drastico abbattimento della criminalità, ammesso che sia tecnicamente possibile nel breve periodo, produrrebbe uno shock occupazionale enorme. Centinaia di migliaia di persone perderebbero il lavoro senza che esistano settori pronti ad assorbirle rapidamente. In una società già segnata da forti disuguaglianze, questo significherebbe creare nuova instabilità sociale, quindi nuova insicurezza. Un paradosso perfetto.
La criminalità è diventata una variabile incorporata nel funzionamento sociale, non solo un’anomalia. Non perché qualcuno la voglia, ma perché troppe cose ormai dipendono dalla sua esistenza o, quanto meno, dalla sua percezione. Il problema non è solo eliminare il crimine, ma immaginare cosa metterci al suo posto.
Quando l’insicurezza smette di essere un costo e diventa business
Di criminalità si parla quasi sempre in termini di costi: costi sociali, economici, morali, per la collettività. È un approccio corretto ed eticamente ineccepibile. Molto meno frequente è fermarsi a osservare un aspetto più scomodo, ma non per questo meno reale: la criminalità, e ancor prima la sua percezione, non solo costa, ma produce valore economico. Attiva filiere, genera occupazione, stimola investimenti, crea domanda stabile.
Dove cresce la percezione di insicurezza aumentano i premi assicurativi, fioriscono serrature più sofisticate, porte blindate, sistemi di allarme, telecamere, software predittivi, illuminazione urbana “intelligente”. La paura è un eccellente incentivo al consumo, soprattutto quando promette protezione. Non serve nemmeno che il crimine aumenti davvero: è sufficiente che si ritenga possibile.
L’economia del consumo, vista in termini di marketing, come sempre, lavora più sulla percezione e la motivazione che sulla realtà statistica
A questa prima cintura produttiva se ne aggiunge una seconda, più istituzionale ma altrettanto rilevante: vigilanza privata, trasporti protetti, automobili blindate, guardie del corpo, consulenze sulla sicurezza. Apparati pubblici che si espandono (o ne viene fatta richiesta) per contrastare il crimine e che, inevitabilmente, diventano strutture permanenti. Polizia, magistratura, amministrazione penitenziaria, formazione, edilizia carceraria. Un investimento continuo, raramente messo in discussione, perché giustificato da un nemico sempre presente.
Poi ci sono i partiti politici, tutti, ognuno con il proprio posizionamento: quelli che combattono, quelli che tollerano e quelli che intendono rieducare (e tutti chiedono soldi).
C’è poi il grande bacino dei cosiddetti servizi riparativi: assistenti sociali, psicologi, psichiatri, educatori, insegnanti specializzati, comunità di recupero, case famiglia, progetti di reinserimento, corsi professionali nelle carceri. Un esercito che nasce per curare le ferite del sistema, ma che finisce per essere parte integrante del suo funzionamento.
Anche qui, nessun giudizio morale. Solo una constatazione.
La criminalità come narrazione
La criminalità produce narrazione. E la narrazione produce mercato. Film, serie televisive, libri, podcast, talk show, dibattiti politici, campagne elettorali. Il crimine vende, intrattiene, polarizza, fidelizza. È una materia prima narrativa potentissima, tanto che alcuni criminali sono stati trasformati in icone culturali. Figure come Al Capone non sono solo personaggi storici, ma modelli mitizzati, romanticizzati, a volte persino ammirati. Non sorprende che questo meccanismo generi emulazione. E l’emulazione, a sua volta, richiede nuove risposte, nuovi investimenti, nuovi servizi.
Il paradosso è evidente: il crimine alimenta un’economia che vive anche del suo contrasto. Più viene raccontato, più viene temuto. Più viene temuto, più genera spesa. Più genera spesa, più si consolida un intero ecosistema produttivo che poggia sulla sua esistenza.
A questo si aggiunge l’economia invisibile, quella che non compare nei conti ufficiali ma che muove capitali enormi: traffici illegali, contrabbando, droga, prostituzione, schiavitù moderna, mercati digitali sommersi. Un mondo che si combatte, si reprime, si denuncia, ma che resta strutturalmente intrecciato con l’economia legale (pecunia non olet) spesso come suo riflesso deformato.
Il paradosso della scomparsa
A questo punto la domanda diventa inevitabile, quasi imbarazzante e te la pongo: cosa accadrebbe se la criminalità scomparisse improvvisamente? Non parlo di una lenta riduzione, ma di una sparizione netta. Verrebbe meno non solo un problema sociale, ma anche un intero comparto economico. Settori produttivi ridimensionati, servizi inutilizzati, professionalità da riconvertire, investimenti da giustificare ex post.
Forse il punto non è stabilire se la criminalità sia “utile”, affermazione moralmente inaccettabile, ma riconoscere che la nostra economia si è adattata alla sua presenza, fino a incorporarla come variabile stabile.
Una società che investe massicciamente nella propria sicurezza è una società che ha già messo a bilancio la propria insicurezza. E che, volente o nolente, ne trae anche un ritorno economico.







